Guido Harari – My back pages #1

“My back pages #1″, Wall of Sound Gallery,  Via Gastaldi 4, Alba.

Inaugurazione  3 febbraio 2012, ore 18.00della mostra

L’immaginario collettivo del rock nelle fotografie di ED CARAEFF, HENRY DILTZ, HERB GREENE, GUIDO HARARI, ART KANE, JIM MARSHALL, NORMAN SEEFF e BOB SEIDEMANN.

La mostra rimarrà aperta fino all’11 marzo.

Ingresso libero.

Seguirà alle ore 21.00, al Teatro Busca di Alba, “Gli anni sessanta: il sogno e il suono di una generazione in cammino”. Incontro con SHEL SHAPIRO e GUIDO HARARI con prioiezione di filmati.

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“Quel mondo è finito,
ho preso la coda della cometa”

di PIERO NEGRI
Era l’estate del 1965: due mesi prima, accompagnato da mia madre, avevo visto i Beatles al Vigorelli, a Milano. Eravamo in vacanza a Jesolo, quando scoprii che la sera, proprio vicino al nostro hotel, avrebbero suonato i Rokes. Inforcai la bici e andai al loro albergo. Quando arrivai, li trovai impegnati in una sfida a ping pong. Mi presentai, inventai lì per lì di essere stato inviato dalla rivista “Tutta Musica” e i Rokes accettarono di passare il pomeriggio con un dodicenne che diceva di essere un giornalista musicale. L’intervista non uscì mai, ma gli autografi che Shel Shapiro e i Rokes mi fecero quel giorno li conservo ancora».

Un cerchio molto personale si chiude, per Guido Harari, il massimo fotografo italiano di rock e affini, se il 3 febbraio proprio Shel Shapiro sarà l’ospite d’onore all’inaugurazione della sua galleria. Che si chiama Wall Of Sound, si trova ad Alba, in provincia, ma non ha nulla di provinciale: la prima mostra porta il titolo di «My Back Pages #1» e fa dialogare le foto di Harari con quelle di sei maestri della generazione precedente la sua. Sul modello di Morrison Hotel, a Los Angeles, o di Snap, a Londra, Wall Of Sound si specializzerà in fotografia musicale, il genere per cui Harari è più conosciuto e anche quello che, evidentemente, ha più vicino al cuore. Da quel pomeriggio dell’estate ‘65.

«Qualche anno dopo – racconta all’inizio degli Anni Settanta, ha cominciato a lavorare sul serio per le riviste musicali. Da principio fornivo quello che allora si chiamava “fototesto”, parole e immagini, ma presto il lavoro fotografico prese il sopravvento. Le prime fotografie che pubblicai riguardavano Alan Sorrenti ai tempi in cui collaborava con Jean-Luc Ponty. Poi Klaus Schulze, che in quegli anni era un nome importante dell’elettronica, scelse miei scatti per tre copertine consecutive di suoi album, e la mia avventura ebbe inizio».

«Ho preso la coda della cometa spiega Harari – oggi è chiaro che un’epoca è finita, forse è finita la musica, esistono gli artisti ma non c’è più un movimento. Ci sono molte schegge, e alcune sono anche piuttosto belle, ma il rito si è svuotato di significato. L’accesso ai musicisti non c’è più, se non attraverso manager, uffici stampa e case discografiche, ed è difficilissimo creare quel rapporto personale diretto che è il segreto di tutte le grandi foto. È ciò che ho sempre cercato, trovare un varco nel soggetto per cogliere qualcosa di diverso, di personale, di vero: fare belle foto non è una questione di talento, ma di curiosità».

Per questo, Harari cita Tom Waits, Leonard Cohen Joni Mitchell tra i soggetti più memorabili («Con loro non c’è un momento giusto per fare lo scatto, è tutto un momento»), Vinicio Capossela, Claudio Baglioni tra gli italiani, «ma tra i nostri artisti è difficile scegliere, ho lavorato con tutti, a Fabrizio De Andrè e Giorgio Gaber ho anche dedicato due libri, ed è quel genere di lavoro approfondito che oggi mi appassiona di più. Il prossimo sarà su Pier Paolo Pasolini, un uomo che è stato fondamentale per la mia formazione».

Lou Reed e Laurie Anderson sono due leggende della musica rock che considera amici («E quando si sono sposati è stato davvero strano, per tutti e tre»), Bob Dylan il soggetto di una delle sue immagine più note: «Avevo seguito diversi concerti della tournée con Santana del 1984, da cui fu tratto un disco dal vivo. Lui volle avere tutti i miei scatti, anche quelli scartati, e in copertina ne mise uno che non era certo tra i migliori. Era perfino un po’ sfocato. Fu strano, in teoria doveva essere un momento di gloria per me, ma arrivò e tutto andò avanti come prima, qualcuno cominciò a usarmi una nuova cortesia ma in fondo nulla cambiò».

Per amore, e per stanchezza nei confronti della grande città, da diversi anni Guido Harari si è trasferito ad Alba. È stata l’occasione per passare dalla pellicola al digitale («Senza traumi») e per riflettere sul proprio lavoro: «Arriva un momento in cui ti rendi conto che non c’è più molto che ti interessa raccontare, e allora fai un bilancio e operi una sintesi». E vai a cercare quel ragazzino che s’era inventato giornalista, nell’estate in cui i Beatles suonarono in Italia.

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