dic
19
2012
chiara raffo
Rineke Dijkstra (1959)
Fotografa olandese il cui lavoro artistico si è da sempre concentrato sulla ritrattistica. Ha studiato alla Rietveld Academie di Amsterdam dal 1981 al 1986.
I suoi soggetti sono spesso fotografati in piedi, di fronte alla macchina, con uno sfondo minimale, in quanto sono la scelta di un momento o di uno spazio particolare in cui ritrarre i proprio soggetti l’elemento fondamentale del suo lavoro.
All’inizio ed alla metà degli anni Novanta ha fotografato bambini e giovani adolescenti sulla spiaggia mentre escono dall’acqua, catturando la loro vulnerabilità colti nello spazio di transizione tra la protezione dell’acqua e l’anonimato dello stare seduti o distesi su un telo da bagno.
Nella serie dei ritratti dei toreri (1994) fotografa gli uomini subito dopo la corrida, ancora sporchi di sangue, ma con l’adrenalina che si sta placando; ed è proprio nel momento in cui si iniziano a rilassarsi ed ad abbassare la guardia che inizia il lavoro dell’artista.
Sempre nel 1994 ha fotografato tre donne: la prima un’ora dopo aver partorito, la seconda dopo un giorno e la terza dopo una settimana. Questa serie evidenzia il profondo cambiamento nella relazione delle donne con il loro corpo che si modifica e l’istintiva protezione verso i loro neonati.
I suoi lavori fanno parte di numerose collezioni dalla Tate di Londra al Moma di New York.

Copyright Rineke Dijkstra – Julie, Den Haag, Netherlands, February 29 (+ 2 others; set of 3)
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dic
12
2012
chiara raffo
Willie Doherty (1959)
Fotografo nordirlandese di moda, è stato nominato per il Premio Turner nel 1994 e nel 2003.
Dopo aver studiato presso l’Ulster Polytechinic a Belfast, rende il conflitto nell’Irlanda del Nord il tema centrale dei suoi video e del suo lavoro fotografico.
Testimone del “Bloody Sunday” in Derry, inizia a creare strategie visive per rappresentare il conflitto. L’allegoria creata dall’artista attraverso le sue immagini evidenzia la possibilità di documentare una complessa situazione politica senza il taglio del fotogiornalismo.
Doherty utilizza stratagemmi per riuscire ad estendere al contesto dell’arte la complessa esperienza della storia irlandese: per esempio, talvolta utilizza l’audio per stabilire le diverse voci che costituiscono i punti di vista di coloro che sono coinvolti nel conflitto. Usa poi la fotografia per presentare i detriti corrosi di luoghi marginali ed abbandonati, esempi tipici della funerea desolazione presente nei suoi lavori fotografici.
Dark Stains (1997), macchie scure, che nel titolo fa riferimento all’idea cristiana del peccato originale ed al posto che esso assume nella retorica della politica irlandese, ne è un esempio.

Copyright Willie Doherty – Shifting ground, 1991
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dic
4
2012
chiara raffo
Juergen Teller (1964)
Fotografo tedesco di moda, dopo aver studiato a Monaco all’inizio degli anni ottanta presso la Bayerische Staatslehranstalt für Photographie, si trasferisce a Londra.
Negli anni Novanta la sua fotografia inizia ad avere una posizione dominante nel campo della moda; i suoi lavori vengono pubblicati in riviste, quali The Face, Vogue, Index, WMagazine, Details ed ID.
Successivamente ripresenta in libri e mostre i suoi scatti di moda dall’aspetto informale, realizzati con una 35 mm, accanto a still life e ritratti della sua famiglia, incominciando ad essere riconosciuto criticamente. Nel 1999 Teller produce il progetto Go Sees, che comprende un cortometraggio, un libro e diverse mostre. Il termine “go sees” è utilizzato quando una modella viene mandata dal suo agente ad incontrare un fotografo nella speranza di ingaggi futuri. Per più di un anno Teller ha fotografato quindi modelle documentando in maniera vivida le false speranze e le loro vite prive di fascino, rivelando un atteggiamento critico verso l’industria della moda. Nel 2002 Teller si spinge oltre la sua sensibilità fotografica schietta e con il libro Marchenstuberl punta l’obbiettivo verso di sé.
Le fotografie di Teller sono state esposte nei maggiori musei, dalla Fondazione Cartier di Parigi al Moma Di New York.

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lug
18
2012
chiara raffo
Lewis Baltz (1945)
Fotografo statunitense che per primo nel 1975 ottenne un riconoscimento ufficiale conO l’inserimento in “New Topographics: Photographs of a Man-Altered Landscape”. Questo movimento aveva puntato l’accento sulla fotografia “controestetica”, dove la desolazione del paesaggio, soprattutto quella dovuta all’intervento umano sul paesaggio, era il soggetto principale.
Nei decenni successivi Baltz divenne uno dei più autorevoli promotori di un riadattamento critico della fotografia americana di paesaggio e di architettura, con le sue fotografie in bianco e nero a rilevare l’avanzata dello sviluppo industriale ed edilizio nei paesaggi aperti.
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lug
11
2012
chiara raffo
Sharon Lockart (1964)
Fotografa statunitense che intreccia fotografia documentaria, come la semplice rappresentazione di un soggetto, con elementi che iniziano a sconvolgere le nostre sicurezze riguardo a tale condizione fotografica.
Dopo aver studiato all’Art Center College di Design a Pasadena e al San Francisco Art Institute, si trasferisce a Los Angeles, dove attualmente vive e lavora.
Nei ritratti della serie “Lunch break” l’artista incentra tutto sul momento di pausa di alcuni operai dei cantieri navali del Maine. L’opera completa è costituita da non solo fotografie, ma anche da oggetti e da un video della durata di 80 minuti, il tutto realizzato durante un anno nel quale l’artista ha vissuto a stretto contatto con i lavoratori, osservando la loro vita e intessendo con loro dei rapporti interpersonali.
Con la serie “Goshogaoka Girls Basketball Team” Sharon Lockart rappresenta una squadra di pallacanestro femminile giapponese, dimostrando l’equilibrio fra realtà e finzione per cui lei è famosa. Tagliando quanto basta il contorno delle scene, astrae la natura dei loro movimenti e del gioco.

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lug
3
2012
chiara raffo
Gabriele Basilico (1944)
Fotografo italiano, i cui campi d’azione privilegiati sono il paesaggio industriale e le aree urbane. Dopo gli studi in Architettura, si avvicina alla professione di fotografo lavorando su commissione per riviste di architettura specializzate. Lavora con il banco ottico ed in bianco e nero.
Nel lavoro “Beirut” del 1991 la città, fotografata dalla cima di un tetto, si presenta come un’area molto popolata. Rappresenta con nitidezza scheletri di edifici bombardati. Colloca la strada ed i segni dell’attività umana al centro dell’immagine, facendola proseguire fino all’orizzonte e quindi enfatizzando la sensazione di un’umanità che non si arrende.
“Con le sue immagini, dalla controllata, consapevole tensione metafisica, egli ha efficacemente collaborato a presentare in questi ultimi anni il gusto post modern, rilevando visivamente alcune dimenticate architetture industriali e di periferia, rivalutate come reperti archeologici e fissate con un chiaroscuro intenso ed una prospettiva sfuggente e basculata, nello stile sofisticato anni ’30″. Italo Zannier, Storia della fotografia italiana

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giu
20
2012
chiara raffo
Hiroshi Sugimoto (1948)
Fotografo ed artista giapponese, nel 1974 riceve il BFA in Fine Arts presso l’Art Center College of Art and Design in Los Angeles, di seguito si stabilisce a New York.
Fortemente influenzato da Marchel Duchamp ed interessato all’architettura del XX°secolo, il suo lavoro è diviso in serie con diverse tematiche. Utilizza una camera 8×10 a grosso formato e le sue lunghe esposizioni l’hanno acclamato come fotografo dalle elevate qualità tecniche.
Nel 1976 inizia il suo lavoro chiamato “Dioramas”, nel quale fotografa attraverso i vetri dei vari “stands” del Museo di Storia Naturale di New York. Gli animali all’interno delle immagini, se non esaminati attentamente, dichiarano la loro veridicità. Nel 1999 con la sua serie “Portraits” utilizza un’idea simile alla precedente e fotografa, all’interno del Museo delle cere, Enrico VIII e le sue mogli.
Le immagini di Sugimoto, caratterizzate da uno stile oggettivo, limitano radicalmente le nostre speranze di poter conoscere qualsiasi cosa di fondamentale di una persona attraverso la sua immagine fotografica. Viene messa in discussione l’idea che i segni dei nostri dettagli biografici siano tracciati sui nostri volti e che gli occhi siano finestre nell’anima.
Iniziata nel 1978, la serie “Theatres” è costituita da immagini scattare all’interno di cinema e drive ins, con un tempo di esposizione lungo tanto quanto l’intero film proiettato, creando uno sguardo surreale.
Nel 1980 inizia a lavorare sulla serie “Seascapes”, immagini del mare e del suo orizzonte. Vent’anni dopo immagini sfocate di architetture moderne compongono la serie “Architecture”. Leggi tutto
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giu
13
2012
FotoGalleria.eu

Per un periodo di tre giorni, Dominique Issermann ha fotografato Laetitia Casta al centro termale progettato dal famossissimo architetto Peter Zumthor a Vals, in Svizzera e il lavoro è stato esposto da gennaio allo scorso maggio 2012 presso la Maison européenne de la photographie di Parigi.
Il risultato è un pas de deux: “Quasi come se si trattasse di eseguire un passo a due di danza, una coreografia fotografica”.
Il progetto fa seguito al libro di Dominique Issermann su Anne Rohart pubblicato da Schirmer Mosel nel 1987. C’è un senso di tre persone che respirano: l’emozione senza fiato di Laetitia Casta mentre scopre il luogo e si abbandona verso l’ignoto; Dominique Issermann che trattiene il respiro per catturare i momenti in cui Laetitia Casta appare fugacemente nella costruzione, e Peter Zumthor il cui respiro creativo può essere sentito nei muri, scale, piscine e corridoi.
Trentatre fotografie che alla fine formano una sola immagine: il definitivo, immagine archetipica di Laetitia Casta in tutta la sua sublime, incontrollata nudità.

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giu
6
2012
chiara raffo
Candida Hofer (1944)
Fotografa tedesca la cui attività fotografica è iniziata negli anni Settanta, prima come ritrattista per quotidiani, poi come assistente a Werner Bokelberg, fotografo di moda e pubblicità.
Studente di Bernd Becher all’Accademia di Dusseldorf, insieme a Thomas Ruff è stata uno dei primi allievi dei coniugi Becher ad utilizzare il colore ed a mostrare i suoi lavori attraverso proiezioni di slide.
Nel 1979 mentre studiava a Dusseldorf, gli spazi pubblici, come gli uffici, le banche e le sale d’aspetto diventano i soggetti delle sue fotografie a colori utilizzando dapprima una fotocamera portatile di medio formato, che le consentiva di lavorare inosservata e che richiedeva un certo grado di intuitività nel cercare la prospettiva migliore. E’ solo da poco tempo che ha iniziato a lavorare con fotocamere di grosso formato ed a realizzare stampe nelle dimensioni più grandi concesse dalla fotografia contemporanea, portando inoltre la gamma di colori al monocromatismo.
I suoi scatti non sono un’esperienza monotona perché l’artista ha scelto una prospettiva che non elimina dall’inquadratura tutte le stranezze e le contraddizioni dello spazio.
Questo escamotage è dovuto al fatto che l’inquadratura solo di rado è in posizione centrale, in modo da far percepire lo spazio leggermente squilibrato rispetto alle simmetrie architettoniche del sito.
Nel 2002 ha partecipato a Documenta11 a Kassel e l’anno dopo con Martin Kippenberger ha rappresentato la Germania alla Biennale di Venezia.

Kaiserliche Hofburg Innsbruck 1 / 2004
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mag
30
2012
chiara raffo
Thomas Demand (1964)
Fotografo tedesco che si occupa della persistenza di oggetti inanimati, soprattutto in interni architettonici. Il processo creativo parte dalla foto di uno spazio architettonico ed in alcuni casi è scelto specificatamente, dallo studio fienile di Jackson Pollock al sottopassaggio parigino, dove ebbe luogo l’incidente mortale di Lady Diana. I soggetti rappresentati nelle opere sono quindi spesso collegati a fatti rilevanti della scienza politica o culturale, dagli archivi di Leni Riefenstahl alla cucina del rifugio di Saddam Hussein a Tikrit.
In seguito ricostruisce un modello della scena con polistirolo, carta e cartone, lasciando a volte dei piccoli difetti all’interno per far sì che lo spettatore non si illuda che il modello sia una ricostruzione perfetta. Poi fotografa la scena.
Le sue scenografie, non richiamando l’elemento umano, sono vere e proprie installazioni di fatti avvenuti; è proprio in questo caso che la fotografia non diventa assolutamente specchio della realtà.

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mag
23
2012
chiara raffo
Thomas Ruff (1958)
Fotografo tedesco, il cui lavoro negli anni Ottanta si è incentrato sul ritratto utilizzando lo stile spersonalizzante dell’impassibilità.
Ha studiato fotografia dal 1977 al 1985con i coniugi Becher all’Accademia dell’Arte di Düsseldorf. Verso la fine degli anni Settanta Ruff ha iniziato a fotografare persone a mezzo busto, una sorta di fototessera, per quanto più grande di formato. Le sue richieste erano sempre di mantenere uno sguardo inespressivo e di guardare fisso nell’obiettivo. Pur con qualche modifica (introduzione di uno sfondo neutro e aumento delle dimensioni delle stampe) ha continuato ad indagare su questo tipo di ritrattistica.
Pori della pelle, follicoli dei peli, l’aspetto inespressivo dei soggetti e l’assenza di inneschi visivi fa sì che sia impossibile scoprire “il carattere” dall’aspetto della persona.
Per più di vent’anni la sua attività è stata di ampia portata, architettura, costellazioni e pornografia (nella serie Nudes degli anni Duemila Ruff ha scaricato da internet delle immagini pornografiche, allargandole fino a vedere la pixelatura, creando quindi fotografie che rappresentano la distanza dagli atti sessuali veri).
In tutto il suo lavoro artistico Ruff sperimenta le modalità con cui comprendiamo un soggetto in base alla conoscenza che abbiamo di esso o a come ci aspettiamo di vederlo rappresentato visivamente.

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mag
16
2012
chiara raffo
Richard Billingham (1970)
Fotografo inglese la cui ascesa fulminea inizia negli anni Novanta quando, studente d’arte (con indirizzo in pittura) al Sunderland Art College, inizia a documentare la vita della sua famiglia, il padre alcolista, la madre obesa con i tatuaggi, i cani e gatti e la casa dove vivevano, fatta di macchie e colori sfaldati. I suoi genitori, Ray e Liz, e suo fratello, Jason, diventano protagonisti indiscutibili del suo lavoro creativo. Le immagini che creava gli servivano come ispirazione per i suoi quadri, ma aiutato dal membro esterno di una commissione d’esame del College a considerare le fotografie, usate come bozze per i suoi quadri, come mezzo espressivo, abbandona la pittura.
Nel 1996 viene pubblicato, Ray’s Laugh, un libro con poco testo ed una sequenza di immagini di gran effetto, semplici scatti della sua famiglia che, pur essendo all’inizio solo composizioni da trasferire in pittura, diventano un diario critico della realtà quotidiana della sua vita.

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mag
9
2012
chiara raffo
Nobuyoshi Araki (1940)
Fotografo giapponese venuto alla ribalta intorno agli anni Sessanta come collaboratore delle riviste e dei libri del gruppo Provoke.
Oggi è noto principalmente per essere un artista le cui immagini sono ricche di espliciti contenuti sessuali.
Utilizza un gran numero di apparecchi diversi per scattare decine di migliaia di volte, una sorta di predatore dell’immagine. Ha pubblicato più di 350 libri in cui le foto vengono appositamente posizionate in griglie ed in sequenza. Dopo gli anni Novanta inizia ad ottenere fama anche al di fuori del Giappone con fotografie che ritraggono giovani donne giapponesi, un diario di immagini della sua vita sessuale, come lui stesso afferma.
Più volte arrestato in Giappone con l’accusa di oscenità, ha lavorato anche per riviste come Playboy.

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mag
2
2012
chiara raffo
Nan Goldin (1953)
Fotografa statunitense, la cui ricerca trentennale sulla sua “seconda” famiglia costituita da amici ed amanti definisce lo standard attraverso il quale si valutano le fotografie di intimità e chi li realizza.
I primi scatti degli anni Settanta rivelano nessuna vocazione neo realista, né una volontà soggiogata dalle sovrastrutture del mercato dell’arte, bensì un desiderio puro di fissare l’istante.
Solo trent’anni dopo la sua opera fotografica ha ottenuto una fama internazionale.
The Ballad of Sexual Dependency (1986) è una contemplazione personalizzata costituita da scatti che compongono una narrazione molto complessa, scanditi tematicamente (relazioni sociali, abuso di droghe, violenza domestica, sesso, etc), ma inscindibili. Nel saggio presente all’interno dell’opera l’artista descrive la necessità di realizzare immagini delle persone alle quali vuole bene come un effetto causato dal suicidio della sorella, avvenuto quando l’artista aveva solamente undici anni.
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apr
25
2012
chiara raffo
Andreas Gursky (1955)
Fotografo tedesco. Alla fine degli anni Ottanta inizia ad utilizzare stampe di grande formato, spingendo la sua fotografia, dieci anni, dopo a nuove dimensioni (le sue fotografie arrivano ad avere grandezze pari a 5 m per 2 m).
I lavori così creati sono estremamente potenti e prodotti non solo grazie ad apparecchi di grosso formato per avere la massima nitidezza, ma anche grazie alla manipolazione digitale. Lavora all’interno di tematiche collegate tra loro presentando poi però le fotografie come esperienze visive distinte.
Luoghi dedicati allo svago, fabbriche, siti industriali, sale di borsa, arene pubbliche ed alberghi sono piattaforme di osservazione, dove lo spettatore è così lontano che in alcun modo riesce ad entrare nell’azione che si sta svolgendo.

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apr
18
2012
chiara raffo
Wolfgang Tillmans (1968)
Wolfgang Tillmans è un artista tedesco, il cui intero lavoro è contraddistinto da una grande capacità di osservazione dei fenomeni sociali unita ad un continuo gioco artistico tra perfezione, imperfezione ed innovazione. Nel 2000 è stato il primo artista tedesco ad essere insignito del Turner Prize, rompendo il confine tra fotografia commerciale ed arte e portando la fotografia stessa in nuove direzioni, non solo nella tecnica, ma anche nelle installazioni.
Il suo stile espositivo è distinto dall’amputazione delle cornici dalle immagini; monta insieme immagini trovate e di stock, mostrandole in varie tipologie di dimensione e di stampa, dalla cartolina alle riproduzioni con stampante a getto d’inchiostro. Dissemina immagini su intere pareti, dal pavimento al soffitto, con estrema libertà di impaginazione ed animando lo spazio espositivo ogni volta in maniera diversa. Questo fa sì che lo spettatore sia completamente libero di realizzare associazioni di immagini.
L’intera opera di Tillmans non è una documentazione visiva completa della sua vita, a differenza dell’artista Nan Goldin, non c’è narrazione perché non c’è un filo conduttore continuo che progredisce.
“Prendo le immagini, al fine di vedere il mondo”. W.T.

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apr
11
2012
chiara raffo
Roger Ballen (1950)
Fotografo statunitense. Negli anni Ottanta inizia a fotografare le case e gli abitanti della provincia del Sudafrica (da Johannesburg a Pretoria), delineando le persone che fotografa come personaggi archetipici di comunità introverse.
Dopo vent’anni quegli stessi personaggi diventano protagonisti di messe in scena composte all’interno delle loro abitazioni. Fotografie in bianco e nero depoliticizzate e maggiormente estetiche non descrivono alcun cambiamento sociale e politico, anzi danno una visione inadeguata del Sudafrica post apartheid.
Ballen è attirato più dalle forme che si costruiscono negli spazi che lui fotografa che dalla ricerca dei propri valori.

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apr
4
2012
chiara raffo
Martin Parr (1952)
Fotografo inglese, entrato a far parte della Agenzia Magnum nel 1994, ha ampliato il concetto di fotografia documentaristica. Dopo aver utilizzato un gran numero di formati, a metà degli anni Novanta inizia ad utilizzare una fotocamera portatile con flash ed obbiettivo macro che gli permette di mettere a fuoco da pochi centimetri il soggetto.
Illuminazione del flash, tagli ravvicinati, colori molto saturati ed oggetti quotidiani sono gli ingredienti dei suoi progetti.
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mar
28
2012
chiara raffo

Jeff Wall (1946)
Artista canadese che ha ottenuto notevole rilevanza sulla scena internazionale verso la fine degli anni Ottanta, sviluppando la sua attività artistica intorno alla fotografia “messa in scena”.
La fotografia “tableau vivant” ha come precedente l’arte prefotografica e la pittura figurativa dei XVIII e XIX secolo. Wall identifica due ampie aree nel suo lavoro: da una parte uno stile elaborato in cui l’artificio fotografico è reso esplicito dalla natura fantastica delle sue storie, dall’altra la messa in scena di un evento che sembra una scena vista per caso.
Per far sì che le sue fotografie nelle gallerie abbiano una notevole presenza fisica, espone le immagini su grandi light box, ovvero grandi pannelli luminosi, evocando nello stesso tempo “la fotografia ed il quadro”.

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